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martedì 5 gennaio 2010

Piccoli artisti per un grande monumento a Librino: La Porta della Bellezza




Il 16 Dicembre 2009 mi sono recata presso l’I.C. “Campanella-Sturzo” di Librino (Catania) in qualità di tutor del progetto “Didattica ludica dell’italiano: morfologia verbale” per due tirocinanti della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Il programma della giornata è cambiato non appena siamo arrivate in classe: abbiamo saputo che i bambini dovevano recarsi all’incontro con Antonio Presti – Presidente di “Fiumara D’Arte” – per la presentazione alla stampa del cortometraggio “La Porta della Bellezza” poiché hanno collaborato, come tanti altri bambini delle scuole del quartiere, alla realizzazione della maestosa opera in terracotta che segna anche l'inizio dell'ambizioso progetto del Museo all'aperto "Terzocchio - Meridiani di Luce" (Porta inaugurata il 15 Maggio scorso).
Il Preside ci ha invitate a partecipare all’incontro e ha concluso dicendo esattamente queste parole: «Così oggi imparate anche voi qualcosa da noi!». Devo dire che mi sento soddisfatta perché, quasi per sbaglio, mi sono ritrovata a imparare davvero moltissimo da questo “mancato” incontro con la V A; soddisfatta per aver avuto questa possibilità, per aver potuto ammirare – accanto agli “attori” del progetto – il grande lavoro che si nasconde dietro la realizzazione della Porta della Bellezza che ha visto collaborare i bambini delle nove scuole del quartiere di Librino insieme con artisti dell’Accademia di Belle Arti.
Sono contenta di aver partecipato all’incontro perché sono potuta andare oltre l’“apparenza”. In fondo è sempre così: quando si vede un’opera d’arte si ammira e si critica il prodotto finito, senza soffermarsi troppo a pensare al grande lavoro che sta dietro; invece da questo incontro ho “appreso” il retroscena della realizzazione del monumento, andando oltre l’apparenza.
La proiezione del cortometraggio ha rappresentato anche una lezione di vita. Ho davvero apprezzato il grande progetto di Antonio Presti e, grazie alla sua bravura, mi sono convinta anch’io che si può fare davvero tanto per rivalutare un quartiere come Librino e offrire ai bambini l’opportunità di costruire e cambiare insieme il proprio quartiere. Condivido in pieno, infatti, il pensiero di Antonio Presti, il quale dice che per far rinascere un quartiere si deve partire proprio dai bambini perché loro hanno sicuramente più forza e più voglia di costruire un quartiere che li rispecchi, lontano anni-luce dall’etichetta che vi è stata assegnata.
La Porta è stata costruita con oltre 9.000 forme di terracotta realizzate da 2.000 bambini del quartiere sotto la guida degli artisti coinvolti; le forme sono state modellate e firmate dagli stessi alunni, divenuti così "giovani autori", con lo scopo di renderli protagonisti di un percorso artistico-etico che cambierà la storia e l'identità del quartiere. Le formelle compongono le 13 opere monumentali, ideate da 10 artisti e da giovani allievi dell'Accademia di Belle Arti di Catania. Queste opere, abbinate a testi poetici, sono state applicate lungo una prima porzione di muro di 500 metri in corrispondenza dell'accesso al quartiere sui 3 km totali che tagliano Librino in due parti. L'insieme delle opere si ispira alla tematica della "Grande Madre" e molti bambini si sono ispirati proprio alle loro mamme per il disegno da incidere sulle forme di terracotta.
L'obiettivo – raggiunto, a mio parere, nel migliore dei modi – è stato quello di contribuire a una coscienza comune di rispetto per il territorio e di recuperare e divulgare i valori dell'impegno civile e dell'educazione alla cittadinanza. Il ruolo attivo e centrale delle scuole di Librino, che hanno accolto nei loro laboratori i vari artisti, e l'accoglienza degli abitanti del quartiere sono sicuramente segni positivi di un valore di condivisione.
Il cortometraggio – che ha già ottenuto ampio riconoscimento nei festival nazionali e internazionali ai quali ha partecipato – rappresenta un lavoro tra la fiction e il documentario; è stato curato dalla giornalista Rai Antonella Guerrieri con la regia di Orazio Cristaldi; le musiche sono di Rai Trade. In poco più di venti minuti Antonella Gurrieri sintetizza il “viaggio” durato due anni. La voce di sottofondo che racconta questo “viaggio” è di Emanuele Lo Vecchio: il bambino racconta il suo personalissimo modo di aver vissuto l’esperienza; nel frattempo scorrono le immagini del backstage – realizzate da Claudio Floresta e Francesco Caudullo – che vanno dalle prime riunioni con gli artisti alla festa di inaugurazione che ha visto la partecipazione di più di diecimila persone.
Antonella Gurrieri ha detto durante un’intervista: «Questo progetto mi ha coinvolto emotivamente fin dal primo momento non soltanto per la potenza del messaggio, ma per l’irripetibile coinvolgimento di un intero quartiere. In due anni di lavoro siamo riusciti a realizzare oltre 50 ore di immagini: tutti i giorni abbiamo filmato i passaggi salienti della grande opera monumentale ideata da Antonio Presti, archiviando momenti bellissimi di lavoro e impegno collettivo. Subito dopo l'inaugurazione della “Porta” Antonio Presti mi ha affidato il compito di raccogliere tutto il materiale e farne un documentario. Ma quando ho iniziato a scrivere il testo mi sono accorta che, per fare comprendere l'importanza dell'opera, il documentario non sarebbe bastato. Così frase dopo frase, mi sono resa conto che stavo creando una piccola sceneggiatura».
Sul concetto di identità si è soffermato a lungo Antonio Presti che crede nella possibilità di rinascita del quartiere più giovane e popoloso di Catania. Ha detto infatti: «Quel che oggi io desidero è che il quartiere di Librino possa diventare meta di interesse culturale per i catanesi, i siciliani e per i turisti provenienti non soltanto dalla Sicilia, ma anche dal resto dell’Italia e dall’estero. Con il lavoro svolto i bambini e tutti gli abitanti del quartiere hanno avuto la possibilità di fare qualcosa per se stessi, senza chiedere. Hanno compreso l’importanza dell’identità e del diritto alla cittadinanza». Inoltre Antonio ha approfittato di questa giornata per annunciare ai bambini che il museo d'Arte Contemporanea continuerà coinvolgendo alcuni condomini del quartiere: grazie all'ausilio di registi, fotografi e video makers di fama internazionale diversi palazzi di Librino accoglieranno dal 2010 al 2011 lavori artistici installati sulle facciate cieche.
Aver visto il cortometraggio, aver visto tutti quei bambini uniti per un obiettivo comune, sentire il racconto del piccolo Emanuele, vedere brillare gli occhi dei bambini che si sentono protagonisti di un progetto grandissimo e stupendo: tutte queste cose mi hanno particolarmente colpita ed emozionata. Ogni bambino di Librino si sente, nel suo piccolo, autore di un’opera monumentale ed è bellissima la frase «A Parigi c’è la Torre, a Roma il Colosseo e a Librino la Porta della Bellezza» – detta nel cortometraggio dal piccolo Emanuele alla madre – perché segna una grande conquista non solo per la città di Catania – ieri figlia dell’emarginazione e oggi madre di un malessere quotidiano –, ma anche, e soprattutto, per il quartiere di Librino, conosciuto come quartiere periferico e degradato della città catanese e noto ai più solo per episodi di cronaca nera.

Carmen Oliva

domenica 23 agosto 2009

Esperienza 2007/2008: Istituto Comprensivo “F. Petrarca” di Catania (Carmen Oliva)

Nella seconda esperienza diretta che mi ha vista coinvolta nelle classi dell'Istituto Comprensivo “Francesco Petrarca” di Catania nell'anno accademico 2007/2008, ho puntato la mia attenzione in particolare sull'apprendimento del verbo da parte di alunni non italofoni. Quasi contemporaneamente agli incontri che tenevo con gli studenti del suddetto istituto frequentavo un laboratorio utilissimo nel campo dell'educazione linguistica e interculturale che mi ha molto aiutata nella programmazione di altri interventi didattici nelle classi.

“Percorsi di educazione pragmalinguistica e interculturale”: raccontare e raccontarsi.
La mia seconda esperienza diretta con bambini frequentanti le scuole catanesi è stata accompagnata dalla partecipazione al laboratorio Percorsi di educazione pragmalinguistica e interculturale, organizzato dalla Prof.ssa R. Sardo e dal Prof. L. Todaro, che ha visti impegnati nell’anno accademico 2007/2008 la Facoltà di Lettere e Filosofia, la Facoltà di Scienze della Formazione e l’I.C. “Campanella-Sturzo” di Catania. Esso si è basato su un accordo di rete denominato “Raccontare, raccontarsi” che ha voluto rappresentare la possibilità concreta di organizzare una modalità d’intervento strutturato in vista di un arricchimento e di una qualificazione della progettualità formativa. Con questo progetto è nata la proposta di far incontrare, intorno alla costruzione e alla co-gestione di percorsi educativo-formativi mirati e condivisi, una pluralità convergente di soggetti istituzionali (Scuola – Facoltà Universitarie – Enti territoriali), di dimensioni di azione e di ricerca scientifica, di strategie metodologiche-operative e di dimensioni pratiche della formazione. Tutto questo proprio perché oggi la formazione scolastica si muove all’interno della sfida proposta dalle grandi prospettive di cambiamento socio-culturale del nostro tempo, caratterizzate da una crescente complessità nella circolazione dei saperi e nelle relazioni d’interazione tra persone e sistemi della conoscenza.
In primo luogo si è scelto di parlare della narrazione in quanto questa rappresenta un macro-contenitore valido come modello globale di riferimento e paradigma formativo fondamentale e come centro di un percorso di educazione linguistica in chiave interculturale. Il modello narrativo rappresenta la dimensione generale di snodo di specifici campi di intervento educativo (linguistico, ludico-creativo, sociale, interculturale) che trovano comunque e sempre la loro sintesi nella possibilità offerta ad ogni persona e ad ogni soggetto educativo di organizzare, nel ‘raccontare’ e nel ‘raccontarsi’, non soltanto significati ed elementi di conoscenza personale, ma anche valori propri di crescita affettiva, etica e relazionale. L’obiettivo finale è stato quello di educare alla narrazione e all’ascolto delle memorie proprie ed altre, recuperare il valore simbolico e il linguaggio evocativo, immaginifico, poetico-creativo del ‘narrativo’ e ritrovare la propria risonanza nel mondo variegato e pluricodice del racconto. Tutti questi fattori consentono ad una comunità scolastica, in relazione sistemica di condivisione, di essere un’autentica comunità educativa, luogo di ricerca ed inclusione.
L’articolazione operativa del progetto intendeva svilupparsi intorno a quattro fasi di riferimento:
· Formazione e incontri guidati tra docenti;
· Workshop, laboratori, spettacoli;
· Giochi e organizzazione di set narrativi in classe;
· Mostra ed esposizione dei prodotti finali.
La prima fase prevedeva la trattazione dei codici, dei linguaggi, delle pratiche e dei significati della narrazione e le possibilità della sua concreta mediazione in un reticolo di azioni formative.
Nella seconda si intendeva affiancare una sessione articolata di workshop e di momenti di spettacolo (tenuti e condotti da riconosciuti autori della produzione editoriale e multimediale per l’adolescenza e per l’infanzia) in modo da creare uno spazio di cross-over aperto tra docenti scolastici, mondo accademico, universo autoriale, nonché tra noi studenti.
Con la terza fase si sarebbe dovuta offrire la possibilità concreta di organizzare micro-esprienze e setting laboratoriali-educativi con la partecipazione diretta degli studenti tirocinanti delle due Facoltà impegnate e con il coinvolgimento degli alunni delle classi dell’I.C. partecipante al progetto. Tutto questo sotto la guida tutoriale dei docenti di ruolo abilitati nella professione delle sezioni di Scuola dell’Infanzia e Scuola primaria dell’Istituto stesso secondo modalità orarie concordate con la stessa scuola. Si trattava di organizzare e sperimentare concretamente sul campo la possibilità di usare i linguaggi e le modalità della narrazione come strategie del fare educazione, creando percorsi di lavoro variamente selezionati e studiati.
A conclusione delle attività si è raccolto il risultato dei lavori svolti in una mostra conclusiva, riepilogativa dell’operosità prodotta ed espressiva degli esiti raggiunti, organizzata presso l’ex Monastero dei Benedettini di Catania nel mese di Maggio 2008.
La prima fase del progetto è stata caratterizzata da incontri formativi presso l’Istituto Comprensivo “Campanella-Sturzo” nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio 2008 ed è stata divisa in due nuclei tematici: modelli narrativi e modelli linguistici sotto vari aspetti (nei mesi di Marzo-Aprile) e raccontare per immagini e suoni (nei mesi di Aprile-Maggio).
Nel primo incontro si è partiti dalla domanda: quale rapporto intercorre tra la narrazione e la formazione? Oggi più che nel passato la narrazione è presente nella nostra cultura ed è la cornice entro la quale tutta l’attività linguistica dell’uomo rientra. Nasce proprio dai sociologi l’idea secondo cui le narrazioni hanno a che fare con tutta la cultura di una civiltà. Oggi non ci sono più le grandi narrazioni in cui si credeva, ma le grandi narrazioni immaginarie che ci hanno dato l’idea, il valore simbolico della nostra forma e della nostra identità sia a livello individuale che collettivo. Ci sono alcune narrazioni che ruotano anche intorno a simboli e immagini per darci regole di vita: le rappresentazioni sacre. La capacità di fondo del raccontare e del raccontarsi è quella di immedesimazione e di riconoscimento nell’altro. Da questa capacità scaturisce quella di leggere e scrivere un testo. Si è anche parlato dell’universo narrativo come habitat riferendosi al fatto che all’interno delle narrazioni ci sentiamo a casa e in quanto uomini siamo legati in modo molto stretto alla narrazione. Caratteri primari della narrazione sono la diffusività e la precocità. Il raccontare è infatti una pratica che accompagna continuamente la vita quotidiana dell’uomo che mostra, già a partire dall’età infantile, una speciale attitudine a raccontare. Perché affidarsi alle narrazioni in classe? Perché i bambini hanno bisogno di sentirsi raccontare delle storie e di diventare al più presto i soggetti protagonisti di una propria pragmatica narrativa. A questo proposito si è parlato del grande Bruner e delle funzioni significanti della narrazione: agentività (stabilire una relazione semantica tra agente-azione, azione-oggetto, agente-oggetto, azione-luogo), straordinarietà (capacità di discriminare l’ordinario e l’insolito), linearità (costruzione di una trama sequenziale secondo rapporti temporali e causali). L’identità è il risultato di atti narrativi che cercano di ordinare in un racconto una selezione dei sé possibili che vivono dentro di noi; è a questo proposito che si parla della funzione narrativa come funzione centrale della costruzione del senso di identità personale.
In altri incontri si è discusso dei vari tipi di strumenti didattici da utilizzare in classe (ad esempio libri illustrati e audiovisivi), dei tipi di linguaggio da usare a seconda della fascia d’età degli studenti cui si propone l’attività didattica, dell’intercultura – riferendosi alle modalità di intervento nelle classi dei nostri istituti che accolgono studenti stranieri e alle grandi possibilità che offre la narrazione per un maggior inserimento del bambino che parla la nostra come seconda lingua e dunque tende, all’inizio, a sentirsi un ‘diverso’ – , della didattica del melodramma e sono stati proposti dei percorsi guidati per le classi mediante l’utilizzo del Libro degli errori di G. Rodari o del format Tivà Tivù (progetto di sperimentazione televisiva per bambini condotto nell’ambito dei laboratori didattici tenutisi presso la nostra Facoltà che si sviluppa a partire da una ricerca interdisciplinare condotta dalla Prof.ssa R. Sardo, dai Prof. M. Centorrino, G. Caviezel, A. De Filippo e A. Lizzio).
Dal Libro degli errori sono state lette, con la partecipazione diretta delle maestre dell’istituto, alcune filastrocche che G. Rodari ha scritto sulla suffissazione, sui verbi ausiliari e sull’uso del tempo dei verbi. Dopo queste letture è stato suggerito alle docenti dell’I.C. di fare una sorta di raccolta-dati sui vari tipi di errori che i nostri studenti compiono nelle prime fasi di apprendimento della lingua (e non solo). Si è proposto di attenzionare in particolar modo il conflitto tra pronuncia regionale e ortografica, il sistema pronominale, il sincretismo morfologico, l’uso degli ausiliari, la semplificazione del sistema verbale e la fraseologia.
Durante gli incontri è stata proposta inoltre la visione di alcune delle dieci puntate previste dal format Tivà Tivù. Le puntate realizzate ruotano intorno a un nucleo tematico diverso con esplicita funzione didattica oltre che di intrattenimento. Recuperando la dimensione dell’oralità primaria, i vari personaggi protagonisti delle storie, hanno provato a instaurare un dialogo con i bambini rendendoli protagonisti della televisione col bollino blu! E’ questo in sostanza quello che si dovrebbe ricreare in ogni classe per un rapporto quanto più diretto con i bambini: renderli partecipi e protagonisti del lavoro svolto.

La parte pratica della mia attività nell’anno accademico 2007/2008 si è svolta nelle classi dell'I.C. “F. Petrarca” di Catania. Questa volta ho programmato e condotto tutto il lavoro da sola ponendomi come obiettivo principale l'osservazione dell'utilizzo e dell'apprendimento del sistema verbale da parte di alunni non italofoni. Ho iniziato a programmare l'intervento didattico realizzando un fascicolo – interamente ideato da me – da consegnare ad ogni singolo alunno.
Tale fascicolo mi permetteva di lavorare con piccoli gruppi misti di bambini italiani e stranieri in modo da non far sentire lo studente straniero differente dal resto della classe e posto sotto osservazione. Ho lavorato con bambini di prima e terza media e di scuola elementare: una bambina proveniente da Cuba e un bambino proveniente dalla Colombia frequentavano la prima media, un bambino originario di Santo Domingo frequentava la terza media e tre sorelline polacche arrivate in Italia da appena una settimana erano inserite temporaneamente tutte insieme nelle classi della scuola elementare. Ho lavorato nelle ore pomeridiane di scuola così da alleggerire loro la giornata ed evitare che, facendo un'attività di tipo ludico nelle prime ore della giornata, avrebbero poi perso l'attenzione per le restanti ore di lezione. Confrontando i lavori degli alunni italiani e di quelli stranieri ho potuto notare che avevano tutti più o meno le stesse difficoltà in quanto i bambini italiani presenti nelle classi con cui ho lavorato sono per lo più di matrice dialettofona e dunque anche per loro la lingua italiana è una sorta di “lingua straniera”. Gli incontri venivano fatti in tempi differenti a seconda della classe. I gruppi di bambini stavano seduti in cerchio attorno ai banchi appositamente sistemati e si creava così un'atmosfera familiare che non metteva in soggezione nessuno dei partecipanti. Cosa abbastanza positiva è stata l'attenzione catturata nei bambini e il rapporto che si è instaurato con me.
Carmen Oliva

Esperienza 2006/2007: LAPOSS e Circolo Didattico “Sante Giuffrida” di Catania (Carmen Oliva)

La mia prima ed entusiasmante esperienza di lavoro diretto con bambini per la didattica dell'italiano mi ha vista protagonista del progetto-laboratorio denominato LAPOSS – Una scuola a misura di bambino...anche migrante III, promosso nelle scuole elementari e medie di Catania nell’anno accademico 2006/2007, coordinato della Prof.ssa Sardo e del Prof. Todaro (rispettivamente docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia e della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Catania). Il LAPOSS[1] è un Laboratorio di Progettazione Sperimentazione ed Analisi di Politiche Pubbliche e Servizi alle persone, promosso dalla Facoltà di Scienze Politiche che si propone dal 2002 di confrontare idee per l’elaborazione e la realizzazione di progetti finalizzati a consolidare i collegamenti fra ricerca scientifica e città, mondo del lavoro e delle professioni, delle istituzioni e delle comunità.
Il laboratorio interdisciplinare che ho frequentato ha proposto un percorso di educazione linguistica rivolto ai bambini che usano l’italiano come seconda lingua e frequentano le scuole della nostra città. Obiettivo principale era quello di ottenere un innalzamento della motivazione degli alunni attraverso l’uso di codici espressivi vicini al loro mondo e di strumenti audiovisivi e multimediali per l’acquisizione dei principali nuclei del sistema grammaticale italiano, cioè si partiva dall’ortografia e dalla suffissazione per arrivare ai verbi. Nelle attività è stata privilegiata la tematica della narrazione, vista come snodo centrale su cui incentrare i percorsi di educazione interculturale e linguistica, e il gioco, visto come filo conduttore attraverso il quale il bambino riesce a scoprire le potenzialità della lingua e dimentica che sta imparando qualcosa.
Nelle classi – una prima e una seconda elementare – del C. D. “Sante Giuffrida” di Catania ho fatto il mio ingresso coordinando un gruppo di sei ragazze provenienti dalla Facoltà di Lettere e di Scienze della Formazione con le quali abbiamo organizzato l’attività didattica di vari argomenti: l’errore di ortografia (causato nei bambini stranieri, e non solo, dalla confusione spesso presente nell’uso corretto di gl/l, h, c/q, z/s, c/cq, p/b, t/d, doppie/scempie, essere/avere e dell'apostrofo), la suffissazione e la differenza tra nome e verbo.
Operando con classi differenti ho potuto notare le differenze di intervento necessarie a seconda dell’età degli studenti: i bambini di prima elementare sono ancora molto piccoli e hanno molte difficoltà nella lettura di un brano e soprattutto negli argomenti di cui ci siamo occupate noi, mentre i bambini di seconda sono autonomi nella lettura e molto veloci nello svolgimento degli esercizi, ma hanno comunque bisogno di qualche intervento di correzione. Prima di entrare in classe ho organizzato e realizzato con le altre ragazze del gruppo il fascicolo che poi avremmo dovuto consegnare ad ogni bambino con tutto il materiale utilizzato negli incontri. Prima di entrare nelle classi eravamo già a conoscenza della presenza di alunni non italofoni in esse e abbiamo avuto modo di documentarci sull’insegnamento ai bambini stranieri: di conseguenza abbiamo snellito le unità didattiche create adeguando l’insegnamento al ritmo e alla necessità dei bambini e cambiando continuamente attività: siamo riuscite in tal modo di catturare a lungo la loro attenzione.
Tutti i bambini hanno sin dal primo istante imparato i nostri nomi e ci chiamavano “maestra”, ma per un migliore rapporto di cooperazione io dicevo loro di chiamarmi solo per nome cosicché ho reso il lavoro come un gioco e non come un vero e proprio esercizio perché, come tutti sappiamo, un bambino messo davanti a una prova che sarà poi oggetto di valutazione entra automaticamente in soggezione. I bambini con cui abbiamo operato erano 48 (24 in prima e 24 in seconda) e di questi soltanto due erano bambini stranieri: frequentava la prima elementare una bambina della Florida e la seconda un bambino di origini cinesi. E’ particolare la condizione di quest’ultimo in quanto è l’unico della famiglia a parlare italiano infatti le maestre ci hanno detto di avere enormi difficoltà nella comunicazione scuola-famiglia.
Durante i vari incontri ho avuto modo di esaminare – sebbene suoni abbastanza forte come termine – questi due casi. Al primo incontro con la classe ho riscontrato che la bambina frequentante la prima elementare aveva sull’argomento trattato le stesse difficoltà di tutta la classe, mentre il bambino cinese mi ha particolarmente colpito in quanto è stato il primo fra tutti a capire l’esercizio e finirlo. Quando mi ha fatto vedere di averlo finito senza il mio aiuto ero abbastanza sorpresa e così gli ho detto di proseguire il lavoro leggendo la storiella per intero e, dopo averla capita, farne un disegno o colorare le immagini che trovava nel fascicolo nell’attesa che gli altri finissero e che noi avremmo cominciato la spiegazione, ma in quel momento ho capito la difficoltà del bambino: non sapeva leggere! Per un attimo ho esitato nel credere che fosse vero, ma poi ne ho avuto la conferma e così mi ci sono dedicata cercando in qualche modo di insegnarglielo e cercando di creare quello che mi ero comunque prefissata, cioè un rapporto diverso tra insegnante e alunno che consentiva uno scambio tra me e il bambino in modo da fargli capire che lui non è diverso rispetto a tutti noi.
Nel terzo incontro in cui era previsto fra le varie attività il gioco del mimo, ho riscontrato un comportamento diverso invece fra le due classi: è vero che sia in prima che in seconda c’era delusione da parte della squadra perdente, ma è anche vero che in seconda c’era più cooperazione fra i bambini della stessa squadra; invece in prima i bambini cercavano di prevalere sulle bambine un po’ più timide e quindi si creava più confusione.
Carmen Oliva


[1]Cfr. http:// www.lpss.unict.it