sabato 19 settembre 2009

Il "diverso" è il futuro della scuola: impariamo a giocare insieme a lui! (Sonia Baglieri)

«Ho paura sia dell’altro troppo uguale a me, sia dell’altro troppo diverso da me. L’arrivo dell’altro mette sempre in vibrazione segreta questa soglia»[1]… forse per un adulto, con la sua identità, la sua cultura, le sue radici, i suoi pregiudizi. Ma per un bambino non è affatto così. Lui non ha paura di ciò che è diverso da lui, anzi, lo guarda con curiosità, con gioia, perché l’altro è una sorpresa e un mondo tutto da scoprire e di cui divenire amico… «amicizia è che io scrivo di te e che tu scrivi di me» (come cita il romanzo per bambini di Quarenghi G., Io sono tu sei).
E cosa meglio della scuola può permettere a bambini e bambine di incontrarsi, viversi e raccontarsi? La scuola è quella terra di mezzo in cui le mille diversità che popolano questo mondo - ormai tanto piccolo da annullare tutte le barriere e le distanze – sono possibili; è quella mediatrice che consente la crescita degli individui nel pieno rispetto dell’altro e soprattutto del “diverso”… sempre che di diverso si possa parlare!!
In fondo, chi è il diverso se non ciò che è altro da noi stessi? E per l’altro non siamo anche noi “diversi”, cioè ciò che è “altro” dall’altro? Bene, la scuola permette di annullare ogni prospettiva etnocentrica ed egocentrica per mettere al centro dell’attenzione tutti, in quanto gruppo, in quanto classe, in quanto compagni che condividono un percorso formativo e di crescita. E crescere significa imparare; imparare vuol dire arricchirsi e arricchire chi si ha intorno; e arricchirsi l’un l’altro vuol dire trovare punti di incontro e innumerevoli occasioni di scambio di idee, sogni, desideri, giochi, sorrisi ed esperienze! E questo, i bambini lo sanno fare benissimo… attraverso i gesti, la mimica facciale, ma soprattutto attraverso le parole e la lingua che i genitori hanno loro insegnato con amore e dedizione.
Le parole sono il nostro universo, quelle attraverso cui ogni uomo si rappresenta, si esprime, si fa conoscere, sono la carta di identità, il nostro biglietto da visita, sono motivo di incontri e di scontri, di confronto e dialogo. E la scuola è il luogo ove queste identità maturano e prendono forma non solo per perfezionare ciò che ogni bambino di lingua madre impara a casa, con i compagni e i parenti, ma anche per dare voce e nuova identità a quei piccoli che, sradicati dal loro paese d’origine, pur possedendo già una loro voce e una loro identità, all’improvviso si trovano a fare i conti con una realtà che li rende muti e privi del loro essere “qualcuno”. Quanti gli studi per favorire la loro integrazione nella nuova città, nel nuovo quartiere, nella nuova classe! Quante le ricerche di metodi didattici per facilitare l’apprendimento della seconda lingua!
Ma se da un lato il bambino si trova spaesato e travolto dal turbine delle nuove conoscenze ed esperienze, dall’altro ha il pregio di adattarsi velocemente spinto dal desiderio di comunicare, giocare e scherzare con i coetanei, un’esigenza che va al di là delle più forti motivazioni che spingono un adulto immigrato ad imparare la lingua del paese d’arrivo.
E se la lingua è per i bambini uno strumento per il gioco, perché il gioco non deve essere lo strumento per imparare la lingua? È questo il fulcro delle innumerevoli sperimentazioni didattiche degli ultimi decenni. La prospettiva è radicalmente cambiata: non si va più a scuola per imparare la grammatica, ma si va a scuola per giocare con la grammatica. Forse qualche insegnante tradizionalista può rimanere sconcertato da questo nuovo punto di vista e storcerà un po’ il naso, ma val la pena di rischiare il mutamento di prospettiva… i cambiamenti fanno sempre paura, ma nulla può fermare le trasformazioni, e la scuola, in quanto specchio dei tempi e delle società, è la prima a lavorare nel presente per creare il futuro, senza abbandonare l’enorme bagaglio del passato!
E se il futuro è un mondo in cui le «le lingue e le distanze non conteranno niente», allora è doveroso che la scuola, prima di ogni altra cosa, diventi il primo baluardo dell’educazione interculturale e della centralità dell’alunno (di qualunque colore sia la sua pelle) all’interno dei suoi progetti didattici, linguistici e non.
Le attività fin qui svolte non sono che un pallido scorcio di quanto la scuola sta facendo per progettare una didattica ludica dell’italiano per bambini stranieri e non; di quanto impegno, energia, ma soprattutto fantasia e creatività stanno investendo nella sperimentazione e nella ricerca i docenti che, rimettendo in discussione i loro metodi, i loro programmi disciplinari, ma soprattutto se stessi, stanno tentando di guardare l’insegnamento e l’apprendimento con gli occhi di un bambino… chissà, forse si tratta di quel famoso fanciullino di cui tanto parlò Pascoli, che «ciarla intanto, senza chetarsi mai; […], perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. […]. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: […].»!!
Sonia Baglieri


[1] Cfr. Limone Giuseppe, La persona come nuovo alfabeto di senso nel villaggio dei diversi, http://www.rivistadidattica.com (consultato il 20/7/07).

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